Valsinni: “borgo romantico” con una grande storia da raccontare

Di scorci e panorami mozzafiato in cui condurre la propria amata durante un “love tour” ne è pieno il mondo. Ed è così che a ridosso della celebrazione di una delle festività più consumistiche quale il San Valentino, la rivista Vanity Fair si è presa la briga di stilare una top list dei quattordici luoghi più belli e romantici della nostra penisola.

Sorpresa delle sorprese, dalla stessa indagine di Vanity Fair si evince che una delle magiche location per i viandanti innamorati è il paesino di Valsinni in provincia di Matera, o meglio, ciò che i giornalisti della rivista patinata hanno definito «un piccolo sperduto paese in Basilicata».

Si dà il caso che Valsinni sia stato anche teatro di uno degli episodi più romantici e struggenti della storia della Basilicata, che ha avuto per protagonista la poetessa Isabella Morra.

Tornando per un attimo all’articolo di Vanity Fair, i reporter hanno valutato una serie di elementi significativi quali: l’armonia del tessuto urbano, la qualità, la vivibilità e la tutela del patrimonio; in modo che ciascuno di questi ingredienti riesca ad amalgamarsi al meglio per consentire al singolo individuo di sentirsi non un semplice turista, bensì un vero e proprio «cittadino temporaneo».

Valsinni è un borgo arroccato su una estrema diramazione del Pollino, al confine tra la Basilicata e la Calabria. La stessa architettura e le fattezze della cittadina la rendono incantevole agli occhi di un escursionista desideroso di conoscere e visitare luoghi seducenti e quasi inesplorati. Lì è come se il tempo si fosse fermato. Il castello dei Morra sovrasta ancora il borgo e le piccole viuzze che si snodano tra le costruzioni e i palazzi antichi, talvolta intervallate dai cosiddetti gaffii(1), un elemento classico dell’architettura meridionale. In definitiva, si tratta di un paesino che tuttora conserva i tratti tipici di uno scenario dal gusto medievale.
L’antico feudo di Favale (odierna Valsinni), intorno alla metà del Cinquecento, apparteneva a una famiglia nobile, quella dei Morra. L’antico castello era abitato dalla progenie di Giovan Michele Morra e Luisa Brancaccio: Decio, Fabio, Cesare, Camillo, Scipione, Porzia e la già citata Isabella.

Contrariamente alle aspettative dei più, la piccola Isabella visse una vita infelice e turbata da assidui distacchi e deprivazioni affettive. Il padre, infatti, la lasciò quando aveva solamente otto anni. In quanto esule fu costretto ad abbandonare il castello in compagnia del figlio Scipione per emigrare nella corte francese. La colpa di Giovan Michele Morra fu quella di aver parteggiato per i francesi durante la guerra franco-spagnola.
Isabella sognò a lungo il rientro del padre, tuttavia nonostante l’assoluzione (1533) Giovan Michele Morra preferì la condizione di exilé italien.
«D’un alto monte onde si scorge il mare miro sovente io, tua figlia Isabella, s’alcun legno spalmato in quello appare, che di te, padre, a me doni novella»(2).

«Torbido Siri, del mio mal superbo/ or ch’io sento da presso il fine amaro,/ fa tu noto il mio duolo al padre caro,/ se mai qui ‘l torna il suo destino acerbo»(3).

Anche la madre visse distaccata dai suoi stessi figli, abbandonando ciascuno di loro alla propria sorte. Pare che la stessa soffrisse di nervi e che trascorresse buona parte delle giornate rinchiusa nelle sue stanze. In aggiunta, Isabella non poteva certo contare sull’affetto e sulla comprensione dei suoi stessi fratelli, poiché talmente distanti da lei per indole da provare addirittura della malevolenza.
Non restava altro che la poesia, le amate letture e il pensiero, quel mezzo sconfinato che ogni tanto le consentiva di isolarsi, vagheggiando un’esistenza tutta nuova, circondata da calore e tenerezza.
A lei si interessò un canonico, un suo educatore di nome Torquato, che notando in lei la passione per la letteratura e la poesia favorì una relazione epistolare con un cavaliere e poeta spagnolo, tale Diego Sandoval De Castro, marito della nobildonna Antonia Caracciolo, probabilmente un’amica della stessa Isabella.

La poetessa aveva solamente 23 anni quando cominciò una fitta corrispondenza epistolare con il cavaliere De Castro, ma ci volle poco perché le maldicenze arrivassero alle orecchie dei fratelli che attuarono una dura e sanguinosa vendetta nei confronti del De Castro, castellano di Cosenza. L’omicidio si consumò in un bosco non lontano da Favale.
Sandoval De Castro fu brutalmente assassinato non solo a causa della sconveniente relazione con Isabella, ma anche per motivi legati all’onore familiare. Il nobiluomo, infatti, militò nell’esercito dell’imperatore Carlo V d’Asburgo (re di Spagna e Imperatore del Sacro Romano Impero).
Isabella non seppe mai della morte del suo “amore epistolare”, poiché poco prima, a soli 25 anni, fu uccisa dai fratelli Cesare, Fabio e Decio insieme al maestro di lettere della famiglia, reo di aver consegnato di nascosto le lettere alla giovane. Venne uccisa a 25 anni senza nessuna colpa, se non quella di aver scambiato qualche missiva con un uomo non gradito dalla famiglia, tanto più che non è chiaro se tra Isabella e Diego si consumò realmente una relazione passionale.

La triste storia di Isabella è racchiusa nei componimenti poetici rinvenuti in seguito alla sua morte (dieci sonetti e tre canzoni). Fondamentali saranno le indagini e il processo intentato dagli spagnoli contro i fratelli Morra con lo scopo di accertare la morte dei due malaugurati.

Anche Benedetto Croce, a distanza di secoli e cioè verso i primi del ‘900, si recò a Valsinni per indagare meglio sulla figura e la vita della sfortunata poetessa, tanto che addirittura fece effettuare degli scavi con la speranza di rinvenirne le spoglie. Il corpo, tuttavia, non verrà mai ritrovato.
«Ed io ho voluto recarmi nei luoghi dove è vissuta questa breva vita e cantata questa dolorosa poesia; in quell’estremo lembo della Basilicata, di cui ha parlato Lenormant, tra il basso Sinni e il confine calabrese, tra la riva del mar Jonio, dove verdeggia la foresta di Policoro, e il corso del Sarmento, che versa le sue acque in quel fiume: un pezzo della Magna Grecia e della regione detta la Siritide, che, memore di quanto di essa celebrarono le storie, sogna sempre una vittoria sulla malaria desolatrice e un rifiorimento dei suoi campi e della varia operosità dei suoi abitatori»(4).

di Rosa Santarsiero