Santa Maria D’Orsoleo: storia, leggenda e spiritualità nell’alta Val D’Agri

La Val D’Agri è bella e unica in tutte le stagioni: bella nelle fioriture di primavera, nei colori accesi degli orti in estate, nei colori rossastri dei castagni in autunno e bella nel bianco delle cime innevate in inverno.

Un angolo di particolare pregio in un susseguirsi di scenari e paesaggi ora lussureggianti, ora scarni e aspri che sembrano scandire i tanti volti di comunità passate che in questi posti dimorarono lasciando a testimonianza tesori artistici per i quali si sente l’esigenza di fermarsi e ascoltare quello che la valle ha ancora da raccontare.

Una valle che si dispiega, percorrendola, come un grande arazzo dalle tinte più varie, risultato delle tante energie che da questa terra si dispiegarono, una terra che conserva intatta la misura del tempo religioso, con i suoi tanti santuari mariani, chiese rupestri, conventi francescani, abbazie benedettine e cenobi basiliani.

Siamo sulla collina dell’Orsoleo, a 4 Km dal centro abitato di Sant’Arcangelo, una collina luminosa perché baciata dal sole e verde per la presenza degli ulivi che la ricoprono.

Di fronte le creste argillose dei Calanchi sembrano una sincope nell’armonia generale della valle.

Ma quella che qui si avverte è una sensazione di quiete, qualcosa di profondamente sacro, coronato da un silenzio che sa di appagamento dell’anima e lo si avverte quando arrivati sulla collina, si staglia possente il complesso monastico di Santa Maria d’Orsoleo.

Orsoleo fu, prima di tutto e soprattutto, una collina dalla sacralità antichissima che ricadeva in un’area che, tra la fine del secolo X e l’inizio del secolo XI era costellata di chiese, cappelle e monasteri bizantini, e faceva parte della regione monastica all’epoca definita del Latinianon, cioè nell’area compresa tra la Media Valle del Sinni, l’Alta Valle dell’Agri e la regione monastica del Mercurion, lungo la vallata del Lao-Mercure.

La valle dell’Agri fu interessata dal flusso migratorio dei monaci greci che provenivano dalla Sicilia e risalivano la Calabria spinti dall’avanzata islamica.

Sicuramente la navigabilità dei fiumi rese possibile il passaggio dal mar Ionio al mar Tirreno.

Già prima dell’anno Mille, la collina era consacrata alla venerazione della Madre di Dio e al ricordo dell’Arcangelo Michele.

Nei più antichi documenti risalenti al 1192 e conservati nella Badia di Cava, si parlava di due fratelli, Daniele Miles e Zaccaria prete, i quali pare avessero acquistato un appezzamento di terra in località Ursulei, per erigervi una chiesetta in onore della Madonna, esattamente in un punto in cui già si trovava una “cripta sculpta”, una “grotta scavata” che, ornata con immagini sacre, rappresentava un luogo di culto per eremiti e monaci bizantini.

A testimonianza di tale culto una piccola ma preziosa statua di Madonna col Bambino, lignea e con il volto nero risalente al XIII secolo e che la leggenda vuole che fosse ritrovata da alcuni pastori, in una cavità del terreno, perché nascosta dai monaci bizantini ai tempi dell’iconoclastia e oggi conservata nella chiesetta del complesso monastico.

È legata al ritrovamento della statua anche la possibile origine del nome del luogo, sulla quale tante sono le ipotesi leggendarie; la più popolare parla di un orso e di un leone che sarebbero stati visti ai piedi della quercia in cima alla quale si trovava l’immagine della Madonna.

Ma fu in epoca francescana, a partire dal 1474, che il monastero fu edificato per volere del conte Eligio della Marra.

Una leggenda popolare cui si riferisce Carlo Levi nelle pagine del “Cristo si è fermato ad Eboli”, narra della fondazione del convento come atto di riconoscenza del conte Eligio, il quale avrebbe sconfitto il drago che infestava la valle, in seguito all’apparizione della Madonna ed in suo onore avrebbe eretto il complesso monumentale.

Certo è che il conte ne finanziò l’opera e volle che il nuovo convento fosse costruito sulla vecchia cappella di Santa Maria, per diventare un centro di cultura e un luogo di educazione e studio per i tanti giovani dell’Ordine di San Francesco.

Ed è ai padri francescani che si deve l’edificazione del convento di Santa Maria d’Orsoleo.

Centro di vita religiosa e di preghiera per le comunità gravitanti intorno al Santuario, il complesso è stato sede provinciale dei Francescani Minori detti “Osservanti”, ­fino alla metà del 1800 rappresentando un importante Centro Studi, nell’ambito del quale vi era una grande biblioteca ed un ricco archivio andati completamente perduti.

Il convento si è arricchito nel tempo di pregevolissime opere d’arte, divenendo uno dei centri dell’arte e della cultura del Mezzogiorno d’Italia.

Due chiostri, il più piccolo del tardo quattrocento e il più grande di matrice seicentesca, sono entrambi decorati con un ciclo di affreschi del 1545, attribuiti a Giovanni Todisco di Abriola, che raccontano i grandi cicli della storia sacra attraverso un linguaggio fi­gurato e didascalico.

Completamente restaurato, il complesso monumentale di Santa Maria d’Orsoleo rappresenta oggi uno dei più estesi e interessanti complessi monastici francescani del Mezzogiorno, nonché meta di pellegrinaggio dei fedeli che celebrano Santa Maria d’Orsoleo nei giorni 7 e 8 settembre di ogni anno.

Entrando nel Monastero oggi sembra quasi possibile ascoltare i suoi antichi abitanti; i chiostri, la chiesa, il capitolo per le riunioni della comunità monastica, le celle, il refettorio, tutto trasuda ancora di una umanità fatta di piccoli gesti, quotidiani, ritmati dalle ore del giorno, che nel convento, erano scandite dal suono della campana.

La storia più remota del primo insediamento risalente ai Monaci Bizantini lascia il posto a frammenti di vita monastica, ai francescani che lo avevano abitato.

Tutto sembra ancora parlare di loro, eppure quegli spazi vuoti sembrano oggi “pagine bianche” per ciascuno di noi, visitatori di oggi, pronti a lasciare le nostre note a margine, perché Santa Maria d’Orsoleo è proprio questo: uno spazio per una esperienza personale, non solo religiosa, uno spazio dalla “immensità intima” dove l’esperienza di ciascuno può trovare dimora, lo spazio dell’accoglienza, della comunità e della comunanza.

Il complesso monastico di Santa Maria d’Orsoleo è lì, sulla collina e i suoi confini sembrano prolungarsi e dissolversi nel paesaggio per ricomporsi nelle case del paese, in un legame indissolubile che traduce la memoria di quei gesti di spiritualità passata, la filtra dalla sedimentazione storica e ne fa ancora un evento reale che si ripete e si rinnova nella quotidianità della nuova comunità.

Maria Gerardi

Di seguito alcuni particolari di affreschi presenti nel complesso monastico di Santa Maria d’Orsoleo.