Rionero in Vulture: l’ex carcere borbonico diventa un museo sul brigantaggio

«Ci sono opere del passato, certe chiese, certi palazzi, che oggi sono utilizzate in modo diverso, sono sopravvissute pur cambiando la loro funzione: ancora oggi le usiamo, le frequentiamo. Questo succede perché ciò che è rimasto non è l’utilità che avevano all’epoca, ma è la bellezza; la bellezza e la poesia sono sopravvissute al tempo» affermava l’architetto brasiliano Oscar Niemeyer. Parole ancora cariche di attualità, che si adattano a tracciare il vissuto dell’ex grancia ed ex carcere borbonico sito in Rionero in Vulture.

Medesima architettura, funzione differente: oggi, in largo Mazzini, la struttura accoglie il Museo multimediale sul brigantaggio post unitario; primo edificio cittadino adibito a museo e mostra permanente. Recupero e restauro sono stati realizzati dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Potenza, in accordo con il Comune di Rionero in Vulture, con finanziamenti del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e finanziamenti della Regione Basilicata.

L’autore Antonio Pallottino, nel 1998, delineò l’evoluzione di questo luogo:

«Quella realtà muraria a ridosso della Chiesa dell’Annunziata, prima che fosse adibita a carcere nei primissimi anni dell’800 per volontà di Murat e a seguito della confisca dei beni terrieri dei cappuccini, era una grangia, ovvero il deposito del convento di Atella. Un magazzino nel cuore della campagna dove, sazi, venivano custoditi attrezzi e prodotti alimentari. E come spesso accadeva, anche la grangia dei cappuccini di Atella, probabilmente era anche una fattoria intorno alla quale sicuramente sorgevano casupole di contadini e salariati a servizio dei monaci. Dunque, il primo nucleo di Rionero. Pare, poi, che la grangia fosse stata trasformata in luogo di riposo e oggi, dopo la funzione detentiva, possa tornare a splendere come luogo di svago dell’anima».

Nel 1400, quindi, l’immobile conobbe la sua prima destinazione d’uso come grancia del Convento di Santa Maria degli Angeli di Atella. Nei primi anni dell’Ottocento l’edificio fu convertito in carcere mandamentale per reati lievi e, quindi, ristrutturato e riorganizzato per ospitare i reclusi: malviventi locali e contadini combattivi, che successivamente all’Unità d’Italia furono protagonisti del fenomeno del brigantaggio.

Il Museo multimediale sul brigantaggio post unitario è attivo dal 2014. Fra i lavori di intervento: la demolizione del corpo fabbrica adibito a guardiola ― privo di valenza storica e architettonica ― e la rimozione della copertura in struttura lignea e la sostituzione con struttura portante in travi di legno e tavolato senza solaio di sottotetto. È stata restituita al complesso l’originale cromia, sono state riaperte le feritoie e si è deciso di conservare le testimonianze date da numerosi graffiti rinvenuti su intonaci, legno e pietra. Varcata la soglia d’entrata si accede al cortile; risalta all’occhio l’abbondanza di pietra scura, originaria, rispetto alla chiara. Sono visibili le trecce del vecchio ingresso al carcere, che non coincide con quello attuale, ma che si rivolgeva verso la città di Atella e il suo convento.

La visita prevede l’accesso ad una prima stanza allestita con una serie di pannelli sospesi, raffiguranti alcuni volti del brigantaggio. Due ambienti comunicano più di altri la funzione che assunse la fortezza: un cortile di dimensioni molto ridotte, circondato da alte mura, in cui i detenuti consumavano la propria ora d’aria e la cella di isolamento. All’interno di quest’ultimo spazio si osservano le prime incisioni esattamente sopra l’accesso ― la finestra ricavata nella porta era l’unica fonte di luce e speranza per il recluso ― e riportano due coppie di lettere, “ca” e “cr”. Immediato pensare al famigerato Carmine Crocco, ma è più probabile attribuirle a qualcuno che si trovò lì per aver commesso crimini in nome del capo delle bande del Vulture. I fori sulla scalinata che conduce al piano superiore sono indicativi di un carcere di massima sicurezza, che prevedeva l’attraversamento per compartimenti stagni, ovvero il superamento di un cancello per volta. Tre le celle presenti: la sala briganti, ex cella per detenuti ammalati; la sala brigantesse, ex cella per detenute e la sala Crocco, ex cella per detenuti di piccoli reati.

A chiudere la mostra una targa recante una frase tratta dalle memorie che Crocco scrisse nel carcere di Portoferraio:

«Ho fatto del male alla società, ma lo facevo per difendere la mia vita; per essa avrei dato fuoco a tutto il mondo».

Grazia Valeria Ruggiero

Di seguito alcune foto dell’ex carcere borbonico divenuto museo.