Rapolla, un complesso rupestre ancora da scoprire

In Basilicata — in un territorio delimitato da Matera e Montescaglioso, nella zona del Vulture e in altre aree e siti, per esempio l’area delle Dolomiti Lucane — è ricorrente l’uso del termine “rupestre” in riferimento ad architetture, tendenzialmente di tipo religioso, spesso affrescate, scavate nella roccia.

Se è vero che a Matera è stato riconosciuto il valore dell’habitat rupestre — si contano più di centocinquanta chiese rupestri, inserite nel Parco della Murgia Materana — vi sono zone lucane, interessate dal fenomeno, che ad oggi si pongono lo stesso obiettivo di salvaguardia.

Fra i comuni sensibili al tema Rapolla, che vanta un articolato complesso rupestre di impronta non solo spirituale.

Difatti ai margini del paese, su via Monastero, si susseguono numerose grotte-cantine secolari e scavate nel tufo vulcanico, ancora ottimali per la conservazione dell’Aglianico.

L’autore Francesco Caputo si è occupato nei suoi scritti di analizzare gli aspetti meno indagati del patrimonio rupestre regionale, soffermandosi ampiamente sul Vulture e ridimensionando alcuni luoghi comuni quali la ipotetica ed esclusiva origine monastica e bizantina di gran parte delle chiese in grotta:

“I siti rupestri e monastici esistenti e collegati alla tradizione bizantina, non evidenziano un fenomeno di dimensioni tali da esaurire all’interno dell’esperienza monastica italogreca la complessità del fenomeno” e ancora “La componente rupestre della vicenda monastica, almeno nelle aree della Basilicata, è da rapportare [..] essenzialmente alle tradizioni costruttive ed alle caratteristiche orografiche ed ambientali delle aree di insediamento.

Lo sviluppo dell’habitat rupestre è diretta conseguenza dell’ambiente calcareo della Murgia e vulcanico del Vulture ove la facilità di scavo e lavorazione della roccia, pur nella diversità della formazione geomorfologica, è simile a quella del tufo materano”.

Caputo sottolinea:

“L’area del Vulture, caratterizzata da un clima più umido e da un ambiente di tipo vulcanico, presenta un habitat rupestre molto differente da quello materano con una copertura arborea molto più ricca ed un’altimetria media più elevata.

Se la presenza di residenze in grotte appare irrilevante, nonostante qualche attestazione in tal senso per l’Ottocento e soprattutto per Rionero e Melfi, sono, invece, molto diffusi i luoghi di culto rupestri, ma soprattutto le strutture a supporto della produzione agropastorale e vinicola”.

Conducendo l’analisi dal generale al particolare è possibile individuare a Rapolla sei punti di interesse rupestre, dislocati sul territorio comunale.

La Chiesa del Crocifisso, databile fra il Seicento e il Settecento, è uno di quegli edifici in cui si inspira il fascino della dimenticanza; sconsacrata, è stata oggetto di terremoti e frane.

Nella parte terminale occulta un ipogeo del quale sono superstiti tre absidi, parte conclusiva di una chiesa sicuramente tripartita.

La pianta e il corredo iconografico avvalgono l’ipotesi che la colloca nella tradizione monastica latina.

Stanno svanendo i resti di affreschi sul pilastro centrale e nelle absidi; si distinguono le immagini di san Benedetto e san Guglielmo da Vercelli.

La Chiesa di Santa Barbara è poco nota agli stessi abitanti del luogo; si colloca in aperta campagna e ha assunto nel corso dei tempi la funzione di fienile.

Conserva due ambienti suddivisi da un arco e coperti da volte a crociera e a calotta, preceduti da un terzo ambiente, ormai distrutto, che delineava uno spazio formato dalla concatenazione di vani quadrangolari a quote differenziate.

Una serie di semicolonne addossate agli angoli raccordano le coperture alla pianta.

Nel 1120 la Chiesa è citata in una bolla di papa Calisto II come uno dei possessi dell’Abbazia di Monticchio.

Nella cripta si è conservato un rosone dipinto nella cupola.

Nel 1152 si attesta il possesso da parte di Pietro, vescovo di Rapolla dell’attuale Chiesa di San Pietro, oggi di difficile accesso.

La cripta ha tre navate, la centrale absidata e le laterali arricchite da nicchie e lungo le pareti longitudinali evidenzia un impianto basilicale già individuato in un gruppo di chiese benedettine.

Sulla parte centrale della grotta un tempo una pittura bizantina raffigurava: a sinistra, il santo con le sue enormi chiavi; al centro, la Madonna col Bambino in braccio e sulla destra un’altra figura, un monaco santo.

Sorge in un bosco, non molto distante dal centro abitato, in località Campanile, la piccola cripta di Sant’Elia.

Conserva una rara pianta a due navate absidate, suddivise da pilastrini e archivolti e ha delle analogie con l’ipogeo materano di Santa Maria de Olivares. La copertura è ormai caduta e nelle absidi sono scomparsi gli affreschi che dovevano ricoprire anche parte delle murature laterali.

Un’epigrafe in latino, identificativa dell’affresco non pervenuto raffigurante il santo, attesta l’avvenuta occidentalizzazione del culto di Sant’Elia, di origine greca, in un contesto storico e sociale nel quale il monachesimo benedettino è saldamente radicato fin dagli inizi del X secolo.

Resti di una cripta rupestre, ridotta ad una nicchia inglobata nell’edificio in muratura, si conservano nella Chiesa di San Biagio, databile intorno al XII-XIII secolo, ove il perimetro laterale destro, addossato alla parete rocciosa, occultava una piccola abside interamente affrescata.

Il vano conserva un affresco rappresentate la scena della Crocifissione con la Madonna, Maria Maddalena e san Giovanni. Nelle pareti laterali altre due immagini raffigurano san Biagio e san Nicola.

Nuove ricerche hanno permesso di accertare la presenza di altri dipinti sulle murature interne, tra questi una splendida immagine medievale di santa Caterina, perfettamente riconoscibile perché rappresentata con la ruota sacrificale. È possibile che nella chiesa si nascondino altri affreschi.

L’itinerario fra le chiese rupestri del comune potentino si chiude con un gioiello dell’arte locale, la Chiesa della Madonna della Stella, che ottiene il primato di chiesa consacrata più piccola di Italia.

La messa si celebra all’esterno, lo spazio interno può accogliere esclusivamente l’altare e il prete.

L’autore Mauro Ala in Storia di Rapolla ne traccia l’evoluzione:

“Prima era un eremo, che un monaco basiliano ricavò da un mezzo palmento di cantina andata distrutta dal terremoto; poi diventò laura ed infine chiesa, regolarmente iscritta nei registri della Camera della Santa Sede.

Si ritiene che fosse il più antico e remoto eremo del nostro paese, perché è l’unico che fosse citato sia dalla storiografia bizantina che dalle opere dei critici d’arte più prestigiosi, come il Bertaux ed il Lenormant”.

Sulla parete di fronte all’ingresso giganteggia un affresco bizantino del secolo XI in cui sono rappresentati: la Madonna della Stella con il Bambino in braccio che sorregge, all’altezza del petto della madre, la stella brillante che dà il nome alla chiesa, a destra san Biagio e a sinistra san Michele Arcangelo che schiaccia la testa del demonio.

Fonte consultata: Procedure più snelle per accelerare la ricostruzione – Interventi di miglioramento sismico sugli edifici e certezza di finanziamenti di Vito De Filippo e Giovanni Carelli.

Grazia Valeria Ruggiero

Di seguito alcune foto della grotte-cantine di Rapolla, della Chiesa del Crocifisso, della Chiesa della Madonna della Stella e della cripta di Sant’Elia.