Potenza: ‘u piccilatìedd’ e i riti della tradizione potentina nella sera di Natale

U piccilatìedd nasce a Potenza come pane dolce tipico della tradizione natalizia, anche se con il tempo si è tramutato in simbolo della Pasqua.

Ha una forma di ciambella intrecciata con dentro le mandorle e viene preparato con la farina bianca di grano carosella che si ottiene con una pregiata varietà di frumento tenero tipica della Basilicata.

La farina di carosella, finissima e molto bianca, ha un caratteristico sapore dolciastro; la sua colorazione è dovuta al particolare tipo di grano utilizzato e ai metodi di lavorazione tradizionali.

Ancora oggi il grano carosella viene seminato con il metodo della semina a spaglio che consiste nel gettare per terra i semi avendo cura di distribuirli in maniera uniforme, è  il gesto tipico della tradizione contadina.

A Natale tutte le famiglie ricche o povere, facevano i tradizionali piccilatìedd, che erano per loro come il panettone di Milano.

Erano piccioli di nome, ma grandi di forma e grossi di peso.

La preparazione iniziava un mese prima quando le madri di famiglia preparavano il sacco di carosella da portare al mulino per macinarla, avendo cura di sceglierla e ripulirla per avere una farina bianchissima.

Qualche giorno prima della Vigilia di Natale i forni si mettevano in costante esercizio e tutto intorno era un continuo affaccendarsi di donne che attorno alla madia, il tipico mobile usato nelle case di campagna per conservare la farina, dovevano spianare e distendere la pasta e dare la forma tipica al piccilatìedd.

Il momento era davvero solenne e diventava piuttosto difficile quando bisognava distendere la pasta per darle la tipica forma; era allora che si chiamavano in aiuto le vicine di casa più esperte anche perché guastarne la forma sarebbe stato di cattivo augurio.

Prima di poter gustare quel pane bianco, le famiglie mandavano giù il pane della farina di scarto che era nero e duro e nella Vigilia di Natale si digiunava per poter meglio gustare lu sant’ piccilatìedd  e prepararsi con appetito al pranzo della sera.

Dopo aver messo ad ardere un grosso ceppo nel camino per invocare la benedizione del Bambino Gesù che doveva nascere, ogni pater familias, padre o nonno che sia stato, prendeva il posto di onore a tavola e prima di affettare il piccilatìedd (spettava a lui questo diritto) tutti si scoprivano il capo per recitare il Padre Nostro e L’Ave Maria, ed egli dava gli auguri a tutta la famiglia che ricambiava con rispetto ed affetto.

Come scrisse lo storico Raffaele Riviello in “Costumanze, Vita e Pregiudizi del Popolo Potentino”, “era un’usanza di religiosa e domestica allegrezza, la quale rasserenava la mente e riscaldava il cuore per i sentimenti di famiglia, di educazione sociale, e per la speranza di premio futuro, la qualcosa invano si cerca con gli attuali pensieri di miscredenza, di cinismo e di progresso”.

Dopo il solenne taglio del piccilatìedd iniziava la tradizionale cerimonia culinaria della sera: vermicelli aglio e olio, frittura e zuppa di pesce, finocchi castagne e la frittura di pastelle, il tutto accompagnato da boccali di vino generoso e di moscato. Sulle tavole dei contadini la faceva da padrone il baccalà, cibo che nei tempi più antichi era il piatto prelibato e di rito della sera della Vigilia di Natale.

Si rimaneva poi accanto al focolare a raccontare storie ed aspettare che la Madonna venisse ad asciugare i “pannicelli” per Gesù Bambino.

Allo scoccare delle campane si andava a messa che spesso terminava con i primi bagliori del giorno quando si iniziava già a preparare il pranzo del Natale: minestra maritata e strascinari erano i piatti caratteristici del 25 dicembre.

Francesca Messina