Potenza e i giochi di un tempo: quando la TV non c’era ecco come si divertivano grandi e piccini

C’era un tempo in cui i giochi erano una palestra per sviluppare non solo la forza ma anche l’abilità e la destrezza.

Volemm’ pazzià? Dicevano non solo i fanciulli ma anche i giovani e i meno giovani, infatti le pazzie variavano non solo secondo l’età ma anche allo scandire delle stagioni.

Quelle pazzie in tempi in cui la TV nemmeno era stata immaginata e le consuetudini erano ancora ristrette, rendevano l’adolescenza più agile e robusta.

Quando il tempo era asciutto i fanciulli giocavano a lu strummelo, una trottola che si teneva con la punta verso l’alto a cui si avvolgeva una cordicella e poi si capovolgeva per lanciarla con la punta verso terra e farla girare; la sfida consisteva nel farla girare più a lungo e così velocemente da farla sembrare ferma.

Il gioco preferito di chi invece voleva cimentarsi con l’arte balistica era lu scurciaruolo e faceva capolino tra i primi giorni di primavera  quando ci si muniva di una canna piuttosto grande e si spingeva dentro con un bastoncino di legno uno stoppaccio  e quindi si soffiava dentro il buco producendo un sonoro fischio con le labbra per mandare più in alto possibile lo stoppaccio e farlo poi cadere a piombo; quando lo scatto e di conseguenza anche il fischio era debole, si era soliti prendere in giro il compagno di giochi dicendogli che aveva fatt’ na  fitecchia.

In tempo di noci e di castagne si giocava a tozz’ sfidandosi a lanciare la propria noce o castagna per cercare di colpire quella del compagno.

Con le soventi e copiose nevicate i fanciulli, oltre che a divertirsi giocando a paddaroni (palloni) lanciandoseli gli uni contro gli altri, erano soliti salire sul Monte Reale, l’altura che fronteggia il colle su cui sorge Potenza e che alla fine del XIX secolo era una zona di aperta campagna distante un centinaio di metri dalla città e con essa collegata da due sentieri, a fare la botte: rotolavano una palla di neve sul terreno innevato che man mano si ingrossava fino a che le loro forze non ne potevano più per poi spingerla giù da uno dei due fianchi del monte e vederla andare giù lungo il pendio come una valanga.

Nonostante si gelassero le mani e i piedi e le scarpe ed i calzoni fossero sempre bagnati, i fanciulli non si davano alcun pensiero “perché natura, età e noncuranza spartana provvedevano alla vigoria ed alla salute”.

Gli adulti erano soliti impegnarsi con giochi di azzardo come a cap’ e crosc’ (si lanciavano in aria due monete per indovinare se cadevano entrambe col capo o la croce); a tozza muro (si lanciava la moneta contro il muro per cercare di colpire a terra o avvicinare il più possibile la moneta lanciata dal proprio avversario).

Il gioco preferito e certamente il più divertente per gli adulti era quello del tuocc’ (a bere il vino) e della morra quando d’inverno o nei giorni di festa le taverne erano maggiormente affollate ed era un riecheggiare di numeri scanditi con un gusto tutto pazzo di gridare e di sbattere il braccio per cacciare le dita.

Il gioco che ha origine antichissime ed è praticato in diverse regioni italiane come la Sardegna ed il Friuli ed è tuttora molto diffuso anche tra le nuove generazioni di potentini, consiste infatti nel cercare di indovinare simultaneamente quale punteggio sarà dato dalla somma delle due mani dei giocatori (i punti possibili per ogni mano variano naturalmente da uno a cinque).

Finita la morra si faceva il tocco per il padrone del vino che a sua volta si sceglieva il suo sottoposto per passare il vino o invitare a bere: è il tradizionale gioco del patrone e sott’ i cui confini tra chi vince e chi perde sono molto labili e caratterizzati dalle qualità umane dei partecipanti che possono risultare vincitori (se partecipano per bere a scrocco) o perdenti (se non sono in grado di reggere un bicchiere di troppo).

Francesca Messina

Di seguito una foto degli oggetti validi per il gioco ” lu scurciaruolo” scattata in un vicolo di Potenza.