La chora di Metaponto e l’origine dell’agricoltura in Basilicata

La Basilicata è una terra modellata dalla storia: tante sono le sue porte di ingresso.

Una di queste permette di accedere ad un’altra piega della sua anima, quella della Magna Grecia, localizzata nell’area del Metapontino, confluenza di storia, cultura e archeologia nonché luogo emblematico della riforma agraria e della bonifica degli anni ’50.

Terra per anni oggetto di studio da parte del noto esperto di archeologia rurale J.C. Carter dell’Università del Texas che volle dedicare un’attenzione particolare alla chora di Metaponto, ovvero il territorio rurale che si estendeva fuori le mura della colonia greca e che fu protagonista, a partire dal VI secolo a.C., di un interessante processo di sviluppo dell’agricoltura.

Potremmo dire che è qui che ha inizio il viaggio nell’agricoltura lucana, a Pantanello (ex chora greca), che oggi accoglie a testimonianza del lungo cammino fatto, il Centro di Ricerche Metapontum Agrobios dell’Alsia, dotato di moderni laboratori di biologia e genetica molecolare.

Ma torniamo nel Metapontino, terra dei gloriosi fasti della Magna Grecia, dove tra le rovine di antichi templi e insediamenti urbani dell’epoca, è possibile ritrovare i resti di alcuni santuari rurali che venivano edificati proprio nei punti strategici della chora (il territorio rurale che circondava la polis), nelle vicinanze delle risorse idriche e della viabilità principale.

Si trattava di luoghi di culto dedicati principalmente a divinità femminili del mondo agricolo, simbolo di fertilità e rinascita.

A Pantanello, la pianura agricola di Metaponto dominata dalle basse colline della Valle del Basento, ce ne sono tre, uno dei quali ancora visitabile, risalenti a un periodo compreso tra gli ultimi anni del VII secolo e i primi del III secolo a.C.

Insieme a questi, gli archeologi hanno scoperto una necropoli rurale e accertato la presenza di fattorie che circondavano la città e fornivano il necessario per il sostentamento dell’intera comunità locale e per l’esportazione.

La fondazione di Metaponto avvenne intorno al 630 a.C. ad opera di coloni Achei che si erano stanziati lì proprio perché avevano trovato condizioni climatiche ottimali, terreni coltivabili, ricchi di acqua, presenza di boschi per l’approvvigionamento di legname e una posizione favorevole per le vie commerciali e di comunicazione sia verso l’interno che verso il mare.

E a parlarci delle pratiche agricole dell’epoca sono proprio i risultati di un lungo programma di ricerche bioarcheologiche nell’area di Pantanello i cui strati archeologici del sito erano particolarmente adatti alla conservazione di resti organici, trattandosi di un deposito sommerso dalle acque di falda.

Dai campioni setacciati furono recuperati moltissimi semi di piante coltivate e di piante selvatiche, noccioli di frutti, legni e carboni, oltre ad una quantità di ossa di roditori, anfibi e rettili.

La documentazione archeobotanica raccolta a Pantanello durante la campagna di scavi diretta da Joseph C. Carter negli anni ’80,  includeva più di duemila reperti che si erano conservati nel deposito archeologico grazie a tre processi: la carbonizzazione causata da una prolungata esposizione al sole e al calore di un focolare domestico o di un incendio; la mineralizzazione provocata dalla presenza di acque ricche di sali minerali; la mummificazione prodotta da una prolungata permanenza in ambiente sommerso in condizioni anaerobiche.

Il materiale carbonizzato comprendeva i semi di quattro specie di cereali, tre delle quali – il farro, il grano tenero e l’orzo – ebbero un’importanza particolare nell’economia agricola  del territorio perché i loro raccolti furono la principale fonte alimentare per gli abitanti del metapontino.

Il quarto cereale, il panico, era un cereale meno nobile dei primi tre, il cui raccolto era destinato esclusivamente all’alimentazione del bestiame.

E per i greci, insediatisi nell’area, i cereali, in particolare grano e orzo, erano spesso oggetto di scambi commerciali redditizi con altri centri achei della Magna Grecia.

Per questo avviarono una serie di interventi infrastrutturali come la realizzazione di canali interamente scavati e manutenuti in modo da assicurare un costante flusso dell’acqua ed evitare fenomeni di erosione e accumulo di detriti sul fondo, con l’obiettivo di ridurre la componente paludosa del territorio.

L’intera rete si sviluppava dall’attuale Bernalda fino alla costa ed era tanto fitta da arrivare fin quasi all’odierna città di Pisticci.

Ma come testimoniato dalle tavole di Eraclea, l’orzo era il cereale preferito dai greci e dai coloni che si insediarono a Metaponto.

L’orzo era il principale raccolto e il mezzo di pagamento adottato dalla popolazione, tanto da far decidere di apporre l’immagine di una spiga di orzo sulle monete di Metaponto.

L’orzo aveva quindi una grande valenza economica, sociale e alimentare, nel rispetto di una tradizione della madrepatria che le autorità politiche e religiose cercavano di mantenere e se possibile di incrementare, imponendo il pagamento dei canoni di affitto in orzo.

Con i cereali a Pantanello furono ritrovati anche semi carbonizzati di cinque specie di legumi: ceci, fave, lenticchie, piselli e veccia; tutti ebbero un ruolo importante per l’alimentazione antica  in quanto apprezzati per il loro valore alimentare e l’alto contenuto proteico.

Ma furono trovati anche resti archeobotanici di tre piante: fico, olivo e vite che confermarono le informazioni delle tavole di Eraclea che parlavano proprio dell’estensione dei vigneti e degli uliveti nell’area e della loro importanza nell’economia del territorio.

Il fico tra l’altro era considerato un frutto sacro presente in molte celebrazioni di feste legate alla primavera e alla produzione agricola, quali le feste di tarda primavera  in cui i celebranti indossavano collane di fichi secchi.

L’alleanza con Annibale e la conquista da parte dei Romani segnarono un declino che vide lentamente Metaponto cessare di esistere come comunità amministrativa e politica autonoma.

Ma è con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel 476 d.C., e i saccheggi delle orde barbariche che ha inizio una lenta decadenza per i territori della Basilicata.

L’abbandono dei territori, unitamente alle caratteristiche geomorfologiche ed idriche della pianura costiera e l’affermazione del latifondo, portarono nel corso dei secoli ad un progressivo deterioramento dell’ambiente.

Il clima iniziò a mutare, i pascoli si sostituirono alla cerealicoltura e la malaria iniziò a diffondersi in maniera rilevante rendendo inabitabile la pianura, diventata ormai un enorme pantano.

Circa 2000 anni dopo, nel secondo decennio del ‘900, agli albori del regime fascista, il programma nazionale di bonifica coinvolse anche i terreni che la Magna Grecia aveva reso fiorenti durante il suo splendore.

Successivamente negli anni ’50 con la riforma agraria, nel Metapontino si avvia una politica di esproprio e di assegnazione delle terre che vede il passaggio ad una nuova fase dell’agricoltura.

Con i nuovi poderi e le case coloniche, le paludi ormai bonificate tornano a produrre reddito agrario e ad accogliere importanti insediamenti produttivi.

Dalla chora di Metapontum all’odierno Metapontino, questa terra è stata per secoli protagonista di un costante processo di intensificazione e diversificazione dell’agricoltura; processo che ha finito col determinare quello che oggi viene definito un importante distretto ortofrutticolo, che si estende da Montescaglioso fino a Nova Siri, ed è fiore all’occhiello dell’economia rurale della Basilicata.

Maria Gerardi