In Basilicata la leggenda del paese “innominabile” rivive nel sogno di una notte! Tra amuleti e riti ecco cosa succede a Colobraro

La Basilicata è formata da 131 comuni ognuno dei quali è custode della sua storia, cultura, credenze e tradizioni. In provincia di Matera è molto noto il paese “innominabile”: Colobraro.  La nomea di comune “porta sfortuna” risale a prima della seconda guerra mondiale e per anni ha condizionato negativamente la vita dei cittadini di questo luogo facendoli sentire additati, ghettizzati. Nei paesi vicini, Colobraro è chiamato anche, in modo scaramantico più che dispregiativo, “Quel paese”, in dialetto lucano (a seconda dei paesi): Cudde puaise (a Montalbano Jonico) o Chille paìse (nella vicina Valsinni). Ciò a causa della presunta innominabilità della parola “Colobraro” per la credenza superstiziosa che la semplice evocazione del nome porti sfortuna.

Colobraro, invece, è un caratteristico centro agricolo dell’Appennino lucano, situato nella valle del fiume Sinni e sorge sulle pendici meridionali del Monte Calvario. Arroccato su uno sperone dal quale domina, in parte, un ampio tratto della valle, Colobraro offre al visitatore panoramiche vedute. Il nome pare derivi dal latino “colubarium” che sta ad indicare un territorio pieno di serpenti, definizione attribuita per il paesaggio brullo, spoglio e arido che circonda il paese. L’abitato di Colobraro è sorto intorno al cenobio dei monaci basiliani di Santa Maria di Cironofrio. Il paese infatti è stato un antico centro basiliano, appartenuto alla Badia di Santa Maria di Cersosimo, paesino della provincia di Potenza. Il Castello, di cui oggi restano pochi ruderi, risale al XIII secolo ed è stato dimora di numerosi feudatari che si sono succeduti nella storia del paese dai Sanseverino, ai Poderico, e ancora dai Pignatelli ai Carafa, fino ai Donnaperna. Ma la storia di Colobraro è legata soprattutto a due aneddoti che spiegherebbero la sua “innominabilità”.

La leggenda – Verso la fine degli anni Cinquanta un noto avvocato di Colobraro vinceva tutte le cause attirandosi l’invidia dei colleghi i quali raccontavano a tutti che l’avvocato aveva stretto un patto con il diavolo. Nel giorno in cui fu inaugurato il Tribunale di Matera, la prima causa vide protagonista proprio l’avvocato di Colobraro che durante la sua arringa disse:

“Se non dico la verità, possa cadere questo lampadario”.

A quanto pare il lampadario cadde davvero! Da quel momento l’episodio dell’avvocato diventò un marchio “iellato” per l’intero paesino. La suggestione portò molte persone ad affermare di aver forato pneumatici alle porte del comune (effettivamente le auto di quei tempi non erano adeguate alle strade sconnesse e ripide che portavano a Colobraro nel secondo dopoguerra).

Un’altra versione rimanda tutto alla credenza nelle arti magiche praticate da alcune donne di Colobraro tra cui la famosa “Cattre”, al secolo “Maddalena Larocca”, immortalata da Franco Pinna nei primi anni cinquanta, una megera. Il famoso antropologo Ernesto De Martino visitò il paese nel 1952 (dal 29 settembre al 29 ottobre) e successivamente nel 1954 (tra l’8 e il 14 agosto), e riferì di essere stato protagonista, in accordo con la superstizione, di episodi sfortunati insieme al suo gruppo di ricerca (di cui faceva parte lo stesso Pinna).

Nel 2010 la comunità di Colobraro ha cercato e ottenuto il suo riscatto nei confronti della società trasformando questa “favola nera” in opportunità di sviluppo per il territorio.  Di questa nomea ha fatto il proprio punto di forza costruendo attorno alle “maldicenze” un evento di successo denominato “Sogno di una notte a….Quel paese” uno spettacolo teatrale, scritto da Giuseppe Ranoia, che mette in scena le credenze popolari raccolte e smentite con molta ironia. Lo spettacolo viene riproposto ogni anno, precisamente tutti i martedì e venerdì di agosto (salvo imprevisti).

Il visitatore, dotato di amuleto,  viene guidato lungo un percorso alla scoperta del centro storico del paese. Tale amuleto si chiama ‘Cincioc’ ed è composto da un sacchetto bianco con all’interno tre chicchi di grano per favorire la prosperità, fiori di lavanda per la bellezza e tre chicchi di sale per allontanare gli spiriti maligni. L’involucro viene chiuso con un laccio rosso, simbolo d’amore e passione, e viene fatto indossare ai visitatori per proteggersi dal malocchio perché, utilizzando le parole di Concetta Sarlo, una delle attrici dello spettacolo:

“Il non è vero ma ci credo è assicurato in quel di Colobraro”.

Il percorso si arricchisce con la visita alle mostre:

  • “Con gli Occhi della Memoria”;
  • “La Civiltà Contadina”;
  • “Mito e Magia nella pittura napoletana del ‘600”.

Si procede con racconti sulle “fascinazioni” e sulle “masciare” il tutto arricchito da degustazione di prodotti tipici e dal suono della musica folcloristica.

Tra miti e leggende Colobraro è un paese avvolto da fascino e magia capace di ammaliare i tanti curiosi catturati dalla bellezza dei panorami mozzafiato, scenografia naturale di un borgo tutto da scoprire.

Enza Martoccia

Di seguito le foto tratte dallo spettacolo “Sogno di una notte a….Quel paese”.