Il Santuario di Monteforte ad Abriola: prima eremo, poi cappella templare, oggi luogo di profonda devozione mariana

Anche per la Basilicata come per l’Europa intera il Medioevo fu un’epoca di “risveglio” che portò al fiorire di una nuova civiltà.

Cappelle, santuari, castelli, monaci e cavalieri furono il segno di questo particolare momento, iscrivibile ad un periodo tra il 1000 e il 1100, in cui l’incontro tra lo spirito guerriero dei Normanni e l’antica spiritualità italo-greca, nutrita dalla profonda spiritualità basiliana, permise alla Basilicata di raggiungere uno dei momenti più alti della sua storia.

Una Basilicata al tempo dai confini incerti, tra l’Apulia e la Campania, che comprendeva il Cilento e il Vallo di Diano, attraversata da due importanti vie di comunicazione.

La prima era la Via dei Greci o degli Stranieri (già frequentata nell’VIII secolo a. C.), così chiamata perché tracciata inizialmente dalle carovane commerciali dei Greci, gli “stranieri” come venivano considerati dai popoli nativi, insediatisi sulle coste Ionica e Tirrenica e che grazie a questa direttrice est-ovest si spingevano all’interno dell’antica Lucania.

L’altra era l’antica via Herculia, un’infrastruttura viaria di grande importanza strategica e commerciale che dal III secolo d. C., in piena età imperiale, realizzando un antecedente progetto che intendeva aprire una strada che unisse Apulia e Bruttii (valle del Laos in Calabria), attraversava appunto da nord a sud le aree interne della Lucania e dell’appennino, toccando la città di Potentia e mettendola in collegamento con Venusia a nord e Grumentum a sud  e quindi con Roma, attraverso la Via Appia, e con le Calabrie, attraverso la Via Popilia.

E proprio sulla via Herculia, sorge un importante luogo di culto, uno dei tanti scrigni preziosi di questa Basilicata, il santuario di Monteforte, in territorio di Abriola, le cui origini risalgono all’XI secolo e fortemente voluto dall’ordine dei Templari.

Come tanti santuari che costellano la nostra terra, anche questo originariamente era un eremo di monaci italo-greci prima e di benedettini poi, che sorgeva su una fortezza naturale (da cui il toponimo Monte-Forte).

Ma la tradizione del pellegrinaggio a Monteforte risale al secolo XVI quando il luogo, cessando di essere dimora di monaci eremiti, venne aperto al culto dei fedeli trasformandosi in cappella.

Posto sulla cima del monte omonimo a 1447 m. di altezza, il luogo si presenta già per la sua posizione, di difficile accesso, quale luogo di espiazione, meta del cammino “tortuoso e in salita” del pellegrino verso Dio, luogo ideale appunto per la frequentazione di asceti e monaci.

E le origini Medioevali di tale luogo di culto sono riscontrabili già nella struttura originaria medievale dell’aula rettangolare absidata dell’attuale santuario e nella presenza, nell’abside del piccolo vano originario, di un affresco risalente al 1000, raffigurante il Pantocrator (l’Onnipotente), considerato l’elemento più antico da cui trarre indicazioni sicure circa l’origine dell’impianto architettonico.

Infatti lo stile che si desume da quanto resta di tale raffigurazione, e l’assenza di prospettiva del gruppo di figure – il Cristo al centro che sorregge un libro circondato sui lati da due Santi in posizione di adorazione – rendono possibile la datazione dell’opera.

Altro importante elemento sulla parete frontale dell’abside, è l’affresco di una croce patente di colore rosso inserita all’interno di un cerchio che lascia pensare alla presenza di un “crociato permanente” appartenente all’Ordine dei Templari, proprio in quel luogo che probabilmente aveva ricoperto anche la funzione di cappella o oratorio privato utilizzato da chierici e cappellani templari.

Ma è nei secoli XV e XVI che la cappella ormai aperta al culto e costituita da soli tre vani si arricchisce degli affreschi e dei controsoffitti lignei riportati alla luce dopo importanti restauri.

Di straordinaria importanza sono le pitture murali che illustrano episodi salienti della Vita di Maria e la Genealogia di Gesù, pitture realizzate nei primi anni della seconda metà del Cinquecento e che ci collegano alla figura di Giovanni Todisco, pittore di Abriola.

Di particolare bellezza, riquadrati e scompartiti su entrambi i lati da lesene che si innestano su una finta trave centrale, riaffiorano due scene e due frammenti narrativi ancora integri che raffigurano in modo speculare, sul versante sud la presentazione di Maria al Tempio e L’Annunciazione, sul versante Nord la Purificazione di Maria e lo Sposalizio di Giuseppe e Maria.

Ed è proprio in questo periodo che la Cappella, diventata ormai luogo di grande devozione religiosa, grazie al contributo e all’impegno delle famiglie notabili del posto, vide ampliare la sua struttura con la realizzazione del corpo di fabbrica antistante il nucleo originario.

Nel 1679 la cappella è affidata alla confraternita di S. Maria di Monteforte, legata al terzo Ordine laicale dei Minori ed assume numerosi beni ed una rendita importante.

Il Santuario è ormai meta di importanti e costanti pellegrinaggi e gode anche di ricche rendite che provengono dalle sue proprietà, terreni e bestiame, nonché dalle offerte delle famiglie benestanti.

Ma il declino arriva quando anche le confraternite religiose, con l’applicazione delle leggi antifeudali ed anticlericali, sono tenute a pagare imposte fondiarie, e così il santuario cessa di vivere di vita propria e passa alle dipendenze dell’Amministrazione di beneficenza del Comune di Abriola.

Il santuario della Madonna di Monteforte continua ad essere ancora oggi una delle mete della devozione mariana in Basilicata, uno dei tanti santuari ai quali bisogna recarsi a piedi lungo percorsi quasi sempre difficoltosi e in salita, ma quando si arriva in cima, gioiosi, quasi a gratificare gli animi e a soddisfare gli occhi, ad attenderci è sempre un paesaggio mozzafiato.

Come lo è quello di Monteforte da cui la vista si perde nella vallata in uno sguardo a 360 gradi che si sposta da Abriola al Massiccio del Volturino, dalla Montagna di Viggiano fino alle Dolomiti Lucane.

Due volte l’anno anche qui come in altri santuari mariani, la statua della Madonna si sposta: sale su a Monteforte nella prima domenica di giugno e ridiscende in paese in processione il 15 di Agosto, giorno dell’Assunta, per trascorrere i mesi invernali nella Chiesa Madre di Abriola.

Anche qui il rito è celebrato con gesti di devozione e di sottomissione che si ripetono, sempre uguali ma sempre diversi per il carico di emozione e di storie personalissime.

Durante la processione della salita al Monte i pellegrini percorrono il sentiero scalzi e in preghiera e si sottopongono ad una settimana di digiuno.

Le spose sterili con i loro mariti, giunti al Santuario si prostrano l’uno di fronte all’altro sul gradino dell’altare, e quindi con un fiore locale chiamato “cappello di Maria” intriso di latte, aspergono l’immagine di San Giovanni Battista.

Alcune fonti riportano, infatti, che fino al 1629 la festa si svolgeva nel giorno della nascita di Maria e la tradizione voleva che si offrisse alla Madonna, di rientro dalla processione, lungo i sentieri del bosco, il grano cotto sul sagrato e posto in ciotole contenente il latte.

L’offerta era fatta dai pastori che avevano ottenuto una grazia durante l’anno.

A chi volesse ricostruire i caratteri salienti del popolo lucano non sfuggirà sicuramente una certa predilezione che ha attraversato ogni epoca caratterizzandone ogni aspetto culturale, nel cercare di costruire per sé e per il territorio una propria “Madonna”, immergendosi nel racconto di apparizioni e miracoli.

Di fatto c’è una condivisione delle vicende storiche e culturali della Basilicata che trova una ragion d’essere proprio nella rassegna dei sentimenti religiosi e delle devozioni popolari che sono alla base dell’identità lucana.

Un’identità che si riassume in una storia fatta di santuari mariani, di chiese rupestri, conventi francescani, abbazie benedettine, cenobi basiliani, monasteri domenicani che racchiudono ancora intatta la misura del tempo religioso e della pratica devozionale.

Un’identità in cui la devozione religiosa si trasforma in generosità, speranza, condivisione e tolleranza, ma anche emozione, quella che ogni volta si rinnova nel ripercorrere, ciascuno a modo suo “quel sentiero in salita, lasciandosi tutto alle spalle” perché ad alimentare il fuoco del sacrificio è la promessa “della gioia dell’arrivo a casa”.

Maria Gerardi

Di seguito una foto della vista dall’esterno del santuario di Monteforte e quella di un particolare di affresco.