Basilicata: paese che vai usanza che trovi. Ecco i riti lucani previsti a novembre

Dall’apparente rapporto dicotomico vita – morte alla celebrazione delle innumerevoli usanze della festa di Ognissanti e dei Morti.

Nono del calendario latino, novembre è il mese che chiude il cerchio dell’anno solare, ma è anche il mese in cui si scandiscono i ritmi dell’agricoltura: è ancora “il Capo del tempo”.

In coincidenza con Halloween, tutti i Santi e i defunti, infatti, c’è una festa meno conosciuta che ha a che fare con la terra.

Una festa che nasce da una millenaria tradizione come propria del ciclo dell’anno agrario nell’Italia peninsulare.

Il Capo del tempo non si riferisce ad un solo giorno, ma a quasi due settimane, ha inizio la notte del 31 ottobre e si conclude a San Martino.

Accanto alla solennità cristiana e alla tradizione pagana del nord Europa, nel nostro centro sud ancora si festeggia la terra partendo dalla semina, quale capo o inizio delle nuove lavorazioni, arrivando alla vinificazione.

Numerose sono le usanze che celebravano e celebrano, soprattutto al sud, la santità della terra a capo del tempo: lunghe processioni, interminabili cerimonie, ma soprattutto banchetti.

Cap’ tiemp’ è il tempo dei banchetti, i vivi mangiavano e mangiano i prodotti del raccolto autunnale, primo tra tutti la zucca, e i morti festeggiavano e festeggiano con loro.

Perché nel meridione i morti non muoiono mai davvero, restano tra noi per guidarci e aiutarci, così come diceva l’intramontabile Eduardo De Filippo in una delle sue più celebri commedie “Requie a l’anema soja”, poi ribattezzata “I morti non fanno paura”.

Loro sono ovunque, soprattutto nella notte tra l’1 e il 2 novembre, giorno in cui, secondo un’antica credenza popolare, ai morti è consentito fare visita ai propri cari da un varco che resterà aperto fino al giorno dell’Epifania, quando dovranno necessariamente tornare nell’aldilà.

Al sud, quello dei morti, è un giorno che non solo va celebrato, ma festeggiato.

In Basilicata si narra che dopo aver preparato pietanze succulente, le donne accompagnassero tutti gli abitanti della casa nelle proprie stanze, in particolare i bambini, prima della mezzanotte, riponendo sui davanzali delle loro finestre cibo, acqua e frutta da destinare ai defunti.

Il cibo donato rispecchiava in tutto e per tutto i piatti poveri della tradizione culinaria lucana, con ingredienti tipici di questo periodo, dalle noci che rappresenterebbero le ossa nude al melograno con il ritorno del corpo sulla terra, dal vincotto a “u gran cutt” simbolo di resurrezione, all’antico dolce all’uva “pan’ minisc”, alle fave  o “cibo dei morti” che per il filosofo e matematico greco Pitagora, morto a Metaponto, racchiudevano il ciclo vitale e gli spiriti degli avi.

A Ferrandina s’imbandisce la “mensa per i defunti” con piatti a base di legumi e cereali.

Per “l’anima dei morti”, a Trecchina e nel lagonegrese, si possono raccogliere le castagne dopo i Santi.

A Matera si crede che il primo novembre i morti scendano in città dalle colline del cimitero stringendo un cero acceso nella mano destra.

Sul Pollino si recita un adagio affinché “i propri defunti godano di un alleggerimento delle pene nel Purgatorio dal giorno dei Morti fino all’Epifania”.

Sui davanzali di Rotonda si espongono le zucche incavate chiamate “teste dei morti”.

Dai dolci di ogni genere, ai regali per i bambini, alle processioni di casa in casa chiedendo un’offerta per calmare le anime, sono davvero tantissime le tradizioni lucane ancora in vita che mantengono dei punti di contatto con il famoso stereotipo americano del “trick or treat?”.

Maria Vittoria Pinto

In copertina una foto del grano cotto, di seguito una foto dell’antico dolce all’uva “pan’ minisc”.