Basilicata, la storia delle cucchiàre intagliate: 3000 immagini e 100 interviste, ecco lo studio del Prof. Belmonte

Diversi comuni della Basilicata vantano un’antica tradizione artigianale legata alla realizzazione delle cucchiaie di legno. Capita frequentemente di osservare all’interno delle abitazioni lucane questi cimeli esposti in vetrina come reperti più unici che rari. Molte di queste cucchiaie, che presentano una lavorazione molto particolare, sono caratterizzate da un galletto intagliato all’estremità.

La presenza di questi meravigliosi oggetti, molti dei quali hanno superato il secolo di vita, ha stimolato la curiosità di Genuario Belmonte, Prof. Ordinario di Museologia Scientifica, presso l’Università del Salento. Il Prof. Belmonte, che è originario di Oliveto Lucano (MT), ha portato avanti uno studio sulla storia delle cucchiaie lucane. Da questo sforzo di ricerca trentennale, raccolto in una fototeca di oltre 3000 pezzi e nelle interviste rivolte a 100 intagliatori, c’è la volontà di pubblicare un libro.

Per ora una piccola parte di questa ricerca è stata pubblicata nel 2019 all’interno di un volume denominato “Guida agli oggetti della tradizione lucana”. Il Prof. Belmonte ha focalizzato l’attenzione sull’oggetto simbolo della tradizione degli intagliatori lucani ossia la Cucchiara di legno. Il ricercatore ha raccolto immagini da decine di paesi e case private e le ha messe insieme per proporre la sua interpretazione di questo particolare costume tradizionale. Nessun altro studioso è riuscito a mettere insieme tutte le immagini che è riuscito a raccogliere lui, né a dare una rassegna completa del fenomeno dal punto di vista geografico (oltre 30 paesi sono stati rappresentati nella collezione di immagini).

I comuni lucani oggetto di studio del professor Belmonte sono: Tolve, Accettura, Gorgoglione, Oliveto Lucano, Salandra, Pietrapertosa, Castelmezzano,  Garaguso, Calciano, Tricarico, Matera, Rionero in Vulture, San Chirico Nuovo, San Mauro Forte, Montescaglioso, Avigliano, Albano, Marconia di Pisticci, Irsina, Vaglio, Pietragalla, Stigliano, Ferrandina e Acerenza.

La prima specificazione che l’autore fa è riferita alla denominazione di questi oggetti, nell’introduzione si legge:

“È probabilmente obbligatorio giustificare subito l’uso del termine cucchiàra al posto di cucchiaio, che qui si seguirà per tutto il testo. Sicuramente cucchiàra vuole mantenere l’uso di un termine arcaico, dialettale, a descrizione di un oggetto conosciuto solo da comunità e culture locali e arcaiche e non più corrispondente al comune e moderno cucchiaio. Probabilmente il termine non deriva da accùcchiàre (accoppiare, riunire) o da cùgghĵ:re (cogliere, raccogliere), ma sembra legato alla coclea-conchiglia e dunque alla idea geometrica dello sviluppo, sia pure spiralato, attorno ad un unico centro. Dunque la scrittura ortograficamente corretta (e la pronuncia) dovrebbe essere cocleàra, e non cugghiàra o cucchiàra. Ma la lingua (e il dialetto) è sicuramente fatta di consuetudini e serve a comunicare. La comunicazione si basa sulla condivisione dei termini adoperati. Dunque ogni termine, se consolidato dall’uso e immediatamente condiviso, va adoperato nella sua accezione più diffusa, essendo vani (anzi confusionali) i tentativi, per quanto giustificabili, di ripescare, modificare, aggiustare la loro pronuncia”.

Il Prof. Belmonte ha spiegato:

“Mio papà Francesco aveva realizzato, da giovane, nel 1939-40, una cucchiàra di legno, intagliata, per regalo o ricordo. Lo aveva fatto semplicemente perché dalle sue parti … si usava così. Recava una effigie in cima al manico raffigurante, sia pure in modo stilizzato, un galletto. Nel 1981, ormai in pensione, aveva ripreso questa sua antica capacità, ed aveva trasformato un angolo della sua casa in laboratorio per la realizzazione di cucchiàre di legno intagliate, che andava distribuendo a familiari ed amici. Sapeva intagliare solo il galletto, e ne soffriva perché, al secondo giro di cucchiàre da regalare, lo imbarazzava doversi ripetere. Io stesso intervenni a suggerirgli altre figure o incisioni lasciando alla sua fantasia la realizzazione delle figurine.  La cucchiàra col galletto appare un must della cultura montanara lucana, ma non esiste uno stereotipo da ripetere pedissequamente; ognuno la realizza in piena libertà espressiva. La cucchiàra col galletto in cima al manico ce l’avevano un po’ tutti, a casa. Era un oggetto di famiglia. Nessuno, però, l’ha mai comperata. Era sempre un regalo o un ricordo”.

Secondo l’autore le cucchiàre intagliate sembra venissero realizzate per mero “passatempo”. In un mondo privo di merci e/o oggetti di valore, le tasche di ciascuno erano comunque vuote di denaro da destinare all’acquisto di regali (i pochi soldi circolanti servivano a garantire l’essenziale alla famiglia).

Piccole opere d’arte pastorale, le cucchiàre intagliate potrebbero essere il frutto più alto della maestrìa dei montanari nella realizzazione dei pochi attrezzi necessari allo svolgimento di alcune delle loro attività lavorative giornaliere. La conoscenza dei legni e la pratica della realizzazione dei mestoli per latte e formaggio e/o dei raccoglitori per la ricotta, sono gli elementi più indiziati di essere alla base, e stimolo, per la realizzazione delle cucchiàre intagliate.

Solo i maschi, in quanto pastori di ruolo in una cultura di cui non rimangono che sparuti rappresentanti e nebbiosi ricordi, realizzavano le cucchiàre adoperando, almeno nella prima fase, l’accetta e un particolare coltello. Nel volume è riportata la testimonianza di un eccelso intagliatore di manufatti lignei di Montescaglioso (MT), che aveva valutato in 80 ore il tempo a lui necessario per la realizzazione di una cucchiàra del tipo di quelle che esponeva in casa come trofei.

Per un intaglio delicato venivano usati legni compatti (senza midollo) e teneri da lavorare (a stagionatura più lunga), come l’acero di campagna. A differenza di bastoni e mestoli da lavoro, però, le cucchiàre intagliate presentavano, decorazioni geometriche in bassorilievo lungo il manico ed erano sormontate da piccole sculture, spesso articolate (effigi); il tutto ricavato dallo stesso ramo/pezzo di legno.

La raffinatezza delle decorazioni delle cucchiàre, oltre a costituire la testimonianza più indubitabile che esse non erano realizzate per essere adoperate, ma piuttosto per fini espressamente estetici, ha finito anche per rappresentare un marchio di fabbrica regionale, di distretto montano, di clan, e finanche di “maestro”.

Per la lavorazione delle cucchiàre in Basilicata la tradizione vuole che sia utilizzato l’acero campestre però vanno bene anche altri legnami come il faggio, il corniolo e l’ulivo. L’attrezzo adoperato principalmente per la lavorazione delle cucchiàre era sicuramente il coltello che doveva essere molto affilato e in acciaio puro.

L’autore descrive quali sono le parti costitutive della cucchiàra:

“Le parti che compongono una cucchiàra intagliata sono essenzialmente tre: il cucchiaio di raccolta, l’asta o manico, e il gancio di appendimento con decorazione (effigie) o senza.

Il cucchiaio di raccolta non è mai decorato all’interno; spesso, ma non sempre, appuntito all’estremità e generalmente stretto, può essere anche largo e quasi circolare (ad es. in molte realizzazioni balcaniche), o presentare soluzioni estetiche diverse (ad es., in alcuni casi pare elegantemente tronco all’ estremità, o presenta una doccia nella parte terminale più stretta) anche a livello dell’angolo che forma con il manico.

L’angolo tra cucchiaio e manico in un raccoglitore da ricotta è circa 100°, ma nelle cucchiàre artistiche questo angolo può essere ancor più aperto, pur non giungendo mai ai 180° dell’angolo piatto (tipico, invece, delle cucchiàre “di consumo” che si rinvengono in tutti i mercatini).

La lunghezza del manico non supera mai quella dell’avambraccio umano, compresa la mano (circa 50 cm), e pezzi o rami più lunghi venivano utilizzati per la realizzazione di più oggetti, magari concatenati. A differenza del cucchiaio, il manico può presentare decorazioni ma spesso solo in alto e comunque sempre in bassorilievi. Un aspetto tipico dell’area murgiana (Province di Bari e Matera) prevedeva un tipico intaglio di manico “ritorto” o a “treccia”.

L’effigie del gallo (fedele o stilizzata) è un elemento fortemente ricorrente. Nelle centinaia di pezzi realizzati dai maestri Di Trani da Montescaglioso (in gran parte esposti ad Acerenza – PZ) si potrebbero catalogare molti tipi di decorazione, ma quella che raffigura un gallo è presente nel 30% delle effigi aggiunte al gancio di appendimento”.

Lo studio del professore Belmonte ha portato ad effettuare una classificazione temporale e geografica delle realizzazioni:

“È difficile un confronto temporale perché le cucchiàre più antiche di 100 anni sono molto rare. Sono prossime a questa età, probabilmente, quelle accolte dal Museo D. Ridola di Matera che derivano dalla Collezione Annona e figurano su pubblicazioni di oggetti di cultura pastorale fino dal 1961. Una cucchiàra dell’area murgiana, cui era stata attribuita un’età di più di 100 anni, mostrava un’ampia superficie piatta a livello dell’estremità di appendimento. L’intera superficie piatta (a disco) era incisa su entrambe le facce con un disegno graffito dalle linee infantili: un gallo.

Meno problematico è il confronto “geografico” basato sugli stili.

L’area lucana (alta valle del Cavone (MT), media valle del Basento (MT e PZ) e del Bradano (MT e PZ) si distingue dalle altre aree limitrofe proprio per presentare cucchiàre inevitabilmente effigiate col gallo. Tale figura nasce probabilmente da un significato totemico sposato alle necessità decorative e di simmetria che risolve.  Il gallo, infatti, non pare essere animale di grande rilievo etnografico in queste regioni.

L’area della valle media e alta del Basento propone anche figure geometriche (cerchi o stelle a punte multiple) e l’area attorno ad Avigliano-PZ (di grande importanza perché centro idrografico del Meridione d’Italia, area dalla quale si poteva scendere, per valli, e senza mai risalire, sia verso il mare Adriatico, che verso lo Ionio, e verso il Tirreno) è l’unica a proporre animali quadrupedi interi (asini o bovini) o, caso singolarissimo, addirittura volti umani (questi direttamente ricavati sui pilastri dell’arco del gancio superiore).

Il massiccio del Pollino propone effigi zoomorfe direttamente sull’arco del gancio di ciascuna cucchiàra, che ancora somiglia molto al “mestolo” da ricotta (pur non presentando, nel cucchiaio, i fori per scolare il siero). Abbastanza comune, in quest’area, ma rispondente a più moderne esigenze, è la cucchiàra con manico piatto che si evolve direttamente nella effigie che, pertanto, ha lo sviluppo più ampio parallelo al cucchiaio di raccolta.

Nel Materano, patria della panificazione e luogo del pane d.o.c., i galli in cima ai marchi e quelli in cima alle cucchiàre si somigliano perchè realizzati dalla stessa comunità e rappresentano probabilmente lo stesso messaggio, che smette di essere legato al nome della realizzazione-oggetto (= regalo e pegno di fedeltà dei Galli) per trasformarsi nel significato più diretto di regalo e pegno di fedeltà.

Un nucleo molto circoscritto del Materano, che giunge però fino all’Appennino, propone un’iconografia più articolata del gallo sull’asta delle cucchiàre. Potrebbe, la cosa, essere liquidata come semplice elaborazione estetica, se non fosse inaspettatamente comune a molti luoghi e/o intagliatori. A Stigliano, Accettura, Oliveto, Castelmezzano, Tricarico, Calciano, Salandra, Montescaglioso e Matera stessa, la figura del gallo viene rappresentata sopra un anello, o comunque sopra un segno vuoto al centro. La necessità di porre un anello sotto il gallo non è immediatamente comprensibile, perché non necessario alla funzione dell’oggetto, o alla facilitazione della sua realizzazione. Se, invece si rimane con la testa alla possibile antichità del simbolo e lo si considera un tutt’uno (anello e gallo) e non due cose separate”.

Per il Prof. Genuario Belmonte lo scopo di questa ricerca è quello di far conoscere questo patrimonio artigianale disperso in mille abitazioni e/o case, familiare a molti, ma ignoto al grande pubblico.

Attraverso la conoscenza di questo artigianato si è convinti si possa giungere ad una sua valorizzazione che possa stimolare il riavvio di una produzione pericolosamente affievolita, incoraggiando i migliori artigiani e/o realizzazioni.

La ProLoco “Olea” e l’amministrazione comunale di Oliveto Lucano condividendo l’idea di valorizzazione di quest’arte antica, da diversi anni organizzano un evento denominato “Arte Pastorale dell’Intaglio del Legno” al quale partecipano numerosi intagliatori del posto che con le loro creazioni allestiscono una mostra nell’antico Frantoio della famiglia Sica, nel centro di Oliveto.

Enza Martoccia

Di seguito le foto: del Prof. Genuario Belmonte;  mostra realizzata ad Oliveto Lucano nel Frantoio Sica; materiale stampato in occasione della manifestazione sull’intaglio; Giovanni Martoccia, storico intagliatore di Castelmezzano.