A San Chirico Raparo la leggenda di “Ripenia e Capripede” continua a vivere tra i boschi

Da una trascrizione di un piccolo testo originale, il “Meteororum libri”, del 1490: una leggenda prende vita. Il poeta latino Pontano (noto come Gioviano), giunto in Lucania, sentì parlare di un fenomeno strano che accadeva a San Chirico Raparo: la morte improvvisava dei greggi. Il vogo ne aveva tratto strane interconnessioni, immaginando, probabilmente, azioni “malefiche”, al punto tale da determinarne la morte di chi si abbeverava alla fonte. Emerse così un racconto popolare, che Pontano nobilitò, rifacendosi ad aspetti mitologici.

Ninfe e Fauni. Acqua, terra e bosco. Elementi ancestrali che, attraverso la percezione, persistono nell’inconscio e nella fantasia. Una sorgente incastonata, che nasce al di sotto un’abbazia dell’anno mille.

 “In mezzo alle Lucane antiche selve

Era luogo selvaggio, ed aspro, e scuro,

non d’uomini ricovro, ma di belve.”

Non conta se i soggetti rappresentati siano presi dalla realtà o frutto di una fervida immaginazione: il leitmotiv che lega figure mitologiche all’ambiente naturalistico di San Chirico Raparo, trova il modo di abbracciare il culto religioso ed umanistico. Un amore primordiale, raccontato da Pontano, tra Ripenia e Capripede. Sfrenato ed appagante. Un tripudio di estasi e libertà, tormento e dolore. Il mito, da sempre, ha rappresentato per l’uomo la prima spiegazione plausibile dei fenomeni visibili: uno strumento empirico per comprendere il mondo e la natura.

La leggenda di “Ripenia e Capripede” continua a vivere tra i boschi che s’interfacciano con le acque. Quelle acque che da sempre hanno un ruolo “malefico” nei confronti di alcuni elementi e “benefico” per altri: un intreccio perfetto.

“La natura volle che io incontrassi l’eterno divenire tra terra, acqua ed aere!…

Là accarezzo il mio destino e adagio il riposo del mio cuore.”

Donata Martina Manzolillo

Di seguito alcune foto di San Chirico Raparo.